Welfare aziendale, le scelte che aiutano produttività e competitività
Un’innovazione sociale di grande rilievo. Ma anche una scelta di qualità nella gestione dell’impresa, che incide positivamente sulla produttività e la competitività. E’ il welfare aziendale. Una pratica che si sta diffondendo al di là dei confini delle grandi imprese e investe anche una parte larga del mondo delle imprese medie e piccole più aperte e innovative, più sensibili al migliore utilizzo del capitale più prezioso delle imprese stesse, il capitale umano, le persone, cioè.
Alla fine di novembre, dal governo e dal Parlamento è arrivato un importante segnale politico: la decisione di agevolare il welfare aziendale rendendolo esentasse. La norma inserita nella legge di Stabilità approvata dal Senato, infatti, prevede di ingrandire il “paniere” delle prestazioni ai dipendenti che sono senza carico fiscale: non solo quelle legate a educazione, istruzione, ricreazione e assistenza sociale e sanitaria ma anche le erogazioni “concesse volontariamente” dall’impresa ai dipendenti e quelle rese “in conformità di contratti, accordi o regolamenti aziendali”.
“Un leva in più per legare il salario alla produttività”, ha commentato Claudo Tucci su “Il Sole24Ore”. Uno stimolo a innovare il sistema delle relazioni industriali, dando nuovo contenuti alla contrattazione di secondo livello, territoriale e aziendale (che sarebbe utile che il sindacato cogliesse in pieno, come opportunità da approfondire). Ma anche un’apertura verso una nuova cultura d’impresa che, proprio in chiave di produttività e competitività, rafforza il senso di appartenenza delle persone all’impresa in cui lavorano e trova, proprio nella qualità complessiva del posto di lavoro, un cardine per la crescita.
“Il welfare aziendale – sostiene Dario Di Vico sul Corriere della Sera – segna, infatti, un passaggio nuovo nella relazione tra datore di lavoro e dipendente. L’impresa si responsabilizza e in qualche modo accetta di stabilizzare le persone che occupa. Il dipendente rafforza il suo senso di appartenenza e vede allargare il campo delle tutele di cui gode fino a includere il percorso di studio dei propri figli. Quindi si comincia dall’assistenza sanitaria integrativa ma si finisce anche a rafforzare le chance di mobilità sociale delle generazioni successive”.
Tutto ciò – insiste Di Vico – “avviene grazie a una nuova tipologia di scambio, in cui il successo dell’impresa diventa via via un obiettivo non solo del datore di lavoro ma anche del dipendente. E’ significativo che l’azienda che in Italia ha più spinto nel dare impulso al welfare aziendale sia la Luxottica che nella lavorazione degli occhiali ha bisogno della massima attenzione da parte dell’operaio e non può sperare, almeno a breve, che quelle operazioni siano automatizzabili. Qualità e produttività diventano, dunque, parametri ampiamente condivisi e ripagati con un allargamento delle protezioni tradizionali”.
Sono già parecchie, d’altronde, le imprese impegnate in programmi di welfare aziendale: il 21,7% delle italiane, secondo un’indagine del Centro Einaudi citata da “La Stampa” (28 novembre). La percentuale sale al 31,3% se si considera anche la negoziazione individuale. Con pratiche anche molto innovative: l’assistenza ai figli dei dipendenti per i corsi di recupero scolastici, un “centro di ascolto” per problemi sociali o legati alle tossicodipendenze, il sostegno a chi ha genitori anziani, etc. (Luxottica è l’impresa italiana più all’avanguardia). Senza contare la tendenza all’estensione dei diritti a tutte le coppie, senza discriminazioni “gender”, dunque anche alle coppie gay: un buon passo avanti, anche in assenza di una legge nazionale che dia indicazioni.
Scelta impegnativa e innovativa, appunto. Un segno di nuova cultura della “responsabilità sociale” d’impresa vissuta, correttamente, come cardine di competitività, attraverso scelte di inclusione e di valorizzazione della sicurezza e del premio al capitale umano. E un buon modo di rinforzare le relazioni tra impresa e territorio, soprattutto quando il welfare aziendale stesso può fare da base e da punto di riferimento d’un più ampio “welfare territoriale” (ci sono dei buoni esempi in piccole e medie imprese in Emilia, proprio in questa direzione). Una scelta in termini di maggiore e migliore sostenibilità dell’impresa, dunque. Non solo ambientale ma anche e soprattutto sociale. Una testimonianza dell’Italia produttiva in cambiamento. Da seguire.


Un’innovazione sociale di grande rilievo. Ma anche una scelta di qualità nella gestione dell’impresa, che incide positivamente sulla produttività e la competitività. E’ il welfare aziendale. Una pratica che si sta diffondendo al di là dei confini delle grandi imprese e investe anche una parte larga del mondo delle imprese medie e piccole più aperte e innovative, più sensibili al migliore utilizzo del capitale più prezioso delle imprese stesse, il capitale umano, le persone, cioè.
Alla fine di novembre, dal governo e dal Parlamento è arrivato un importante segnale politico: la decisione di agevolare il welfare aziendale rendendolo esentasse. La norma inserita nella legge di Stabilità approvata dal Senato, infatti, prevede di ingrandire il “paniere” delle prestazioni ai dipendenti che sono senza carico fiscale: non solo quelle legate a educazione, istruzione, ricreazione e assistenza sociale e sanitaria ma anche le erogazioni “concesse volontariamente” dall’impresa ai dipendenti e quelle rese “in conformità di contratti, accordi o regolamenti aziendali”.
“Un leva in più per legare il salario alla produttività”, ha commentato Claudo Tucci su “Il Sole24Ore”. Uno stimolo a innovare il sistema delle relazioni industriali, dando nuovo contenuti alla contrattazione di secondo livello, territoriale e aziendale (che sarebbe utile che il sindacato cogliesse in pieno, come opportunità da approfondire). Ma anche un’apertura verso una nuova cultura d’impresa che, proprio in chiave di produttività e competitività, rafforza il senso di appartenenza delle persone all’impresa in cui lavorano e trova, proprio nella qualità complessiva del posto di lavoro, un cardine per la crescita.
“Il welfare aziendale – sostiene Dario Di Vico sul Corriere della Sera – segna, infatti, un passaggio nuovo nella relazione tra datore di lavoro e dipendente. L’impresa si responsabilizza e in qualche modo accetta di stabilizzare le persone che occupa. Il dipendente rafforza il suo senso di appartenenza e vede allargare il campo delle tutele di cui gode fino a includere il percorso di studio dei propri figli. Quindi si comincia dall’assistenza sanitaria integrativa ma si finisce anche a rafforzare le chance di mobilità sociale delle generazioni successive”.
Tutto ciò – insiste Di Vico – “avviene grazie a una nuova tipologia di scambio, in cui il successo dell’impresa diventa via via un obiettivo non solo del datore di lavoro ma anche del dipendente. E’ significativo che l’azienda che in Italia ha più spinto nel dare impulso al welfare aziendale sia la Luxottica che nella lavorazione degli occhiali ha bisogno della massima attenzione da parte dell’operaio e non può sperare, almeno a breve, che quelle operazioni siano automatizzabili. Qualità e produttività diventano, dunque, parametri ampiamente condivisi e ripagati con un allargamento delle protezioni tradizionali”.
Sono già parecchie, d’altronde, le imprese impegnate in programmi di welfare aziendale: il 21,7% delle italiane, secondo un’indagine del Centro Einaudi citata da “La Stampa” (28 novembre). La percentuale sale al 31,3% se si considera anche la negoziazione individuale. Con pratiche anche molto innovative: l’assistenza ai figli dei dipendenti per i corsi di recupero scolastici, un “centro di ascolto” per problemi sociali o legati alle tossicodipendenze, il sostegno a chi ha genitori anziani, etc. (Luxottica è l’impresa italiana più all’avanguardia). Senza contare la tendenza all’estensione dei diritti a tutte le coppie, senza discriminazioni “gender”, dunque anche alle coppie gay: un buon passo avanti, anche in assenza di una legge nazionale che dia indicazioni.
Scelta impegnativa e innovativa, appunto. Un segno di nuova cultura della “responsabilità sociale” d’impresa vissuta, correttamente, come cardine di competitività, attraverso scelte di inclusione e di valorizzazione della sicurezza e del premio al capitale umano. E un buon modo di rinforzare le relazioni tra impresa e territorio, soprattutto quando il welfare aziendale stesso può fare da base e da punto di riferimento d’un più ampio “welfare territoriale” (ci sono dei buoni esempi in piccole e medie imprese in Emilia, proprio in questa direzione). Una scelta in termini di maggiore e migliore sostenibilità dell’impresa, dunque. Non solo ambientale ma anche e soprattutto sociale. Una testimonianza dell’Italia produttiva in cambiamento. Da seguire.