L’impresa umanistica alle prese con il cambiamento
Una tesi discussa all’Università di Pisa prende in considerazione un aspetto particolare della Olivetti
Impresa umanistica eppure tecnologicamente avanzata. Luogo dove si lavora, ma si cresce come persone. L’Italia industriale è zeppa di esempi di questo genere, che continuano a fare scuola. E uno di questi è certamente il caso della Olivetti di Adriano. Che non smette di essere studiata sotto ogni aspetto, ma che ogni volta propone spunti di lettura nuovi. E’ quanto ha fatto Luca Manuguerra con la sua tesi discussa presso l’Università degli studi di Pisa nell’ambito del corso di studi in Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane. Manuguerra, tuttavia, parte un particolare punto di vista che merita di essere esplorato: il Centro Formazione Meccanici della Olivetti e cioè quella scuola aziendale che fornisce, nell’ambito dell’impresa olivettiana, conoscenze sia tecniche sia di natura umanistica.
Manuguerra inizia la sua ricerca partendo dalla sintesi dei fatti: “L’Olivetti – spiega -, diventa un’azienda leader nel settore dei prodotti meccanici grazie alla genialità di alcune sue soluzioni progettuali, che rendono il prodotto difficile da imitare per i concorrenti. L’azienda investe sia in nuove tecnologie sia nella crescita professionale delle sue maestranze. Per mantenere un profilo competitivo e di successo, è necessario avere personale qualificato e preparato, ma anche creativo, aperto al dialogo e alla condivisione dell’esperienza lavorativa”.
Funzionaltà e bellezza. Tecnica e umanesimo. “Per l’azienda – scrive ancora l’autore di questa indagine -, l’estetica e il design sono fondamentali per la funzionalità del prodotto, quindi è indispensabile saper disegnare forme capaci di comunicare in modo immediato la funzione del prodotto”.
Accanto a tutto questo, è l’attenzione alla formazione globale di chi lavora in Olivetti. Materie umanistiche, quindi, accanto all’eccellenza tecnica. “La formazione – precisa ancora Manuguerra -, sviluppa un forte senso di appartenenza, che (fa sentire i dipendenti) parte di una comunità, e li incoraggia a intraprendere ed esprimere le loro idee”.
Poi il cambio di passo che Manuguerra sintetizza così: “Nel corso degli anni ’50, l’Olivetti s’interessa all’ elettronica, ma essa viene percepita dal resto dell’azienda come un corpo estraneo, poiché la quasi totalità del management di Olivetti non condivide la visione dell’elettronica nel futuro aziendale”. Si profila a questo punto, secondo l’indagine svolta da Manuguerra, una “incoerenza interna tra i lavoratori, cioè si realizza una disuguaglianza nel trattamento dei diversi lavoratori. Il personale addetto all’elettronica viene osteggiato, sia da quello meccanico sia dal management. La ricerca per lo sviluppo dei prodotti elettronici viene accolta con diffidenza o indifferenza, e le competenze meccaniche, irrigiditesi dal punto di vista tecnico e cognitivo, rigettano qualunque innovazione radicale”.
Una delle conseguenze in azienda è una discrasia tra la formazione destinata a chi si occupa di meccanica e quella fornita a chi deve occuparsi di elettronica. “La formazione – spiega Manuguerra -, perciò, si rivela incoerente rispetto sia alla strategia sia alla cultura d’impresa. Quest’ultima, incline alla collaborazione, alla tendenza sperimentale, viene limitata al solo settore meccanico”.
Ma quindi che fare? L’indagine prosegue spiegando che il tentativo di superare la frattura si traduce nell’utilizzo del “dispositivo gruppale”. I dipendenti, sia meccanici sia elettronici, costituiscono dei gruppi, sospendendo le rispettive mansioni e lavorando insieme. Un percorso non facile, che la Olivetti tenta comunque e che l’indagine racconta bene.
La tesi di Luca Manuguerra è una buona lettura per capire di più della vicenda di un’azienda che ha segnato – comunque la si voglia giudicare -, la cultura dell’impresa italiana nel ‘900
Luca Manuguerra
Tesi, Università degli studi di Pisa, Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane, 2021
Una tesi discussa all’Università di Pisa prende in considerazione un aspetto particolare della Olivetti
Impresa umanistica eppure tecnologicamente avanzata. Luogo dove si lavora, ma si cresce come persone. L’Italia industriale è zeppa di esempi di questo genere, che continuano a fare scuola. E uno di questi è certamente il caso della Olivetti di Adriano. Che non smette di essere studiata sotto ogni aspetto, ma che ogni volta propone spunti di lettura nuovi. E’ quanto ha fatto Luca Manuguerra con la sua tesi discussa presso l’Università degli studi di Pisa nell’ambito del corso di studi in Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane. Manuguerra, tuttavia, parte un particolare punto di vista che merita di essere esplorato: il Centro Formazione Meccanici della Olivetti e cioè quella scuola aziendale che fornisce, nell’ambito dell’impresa olivettiana, conoscenze sia tecniche sia di natura umanistica.
Manuguerra inizia la sua ricerca partendo dalla sintesi dei fatti: “L’Olivetti – spiega -, diventa un’azienda leader nel settore dei prodotti meccanici grazie alla genialità di alcune sue soluzioni progettuali, che rendono il prodotto difficile da imitare per i concorrenti. L’azienda investe sia in nuove tecnologie sia nella crescita professionale delle sue maestranze. Per mantenere un profilo competitivo e di successo, è necessario avere personale qualificato e preparato, ma anche creativo, aperto al dialogo e alla condivisione dell’esperienza lavorativa”.
Funzionaltà e bellezza. Tecnica e umanesimo. “Per l’azienda – scrive ancora l’autore di questa indagine -, l’estetica e il design sono fondamentali per la funzionalità del prodotto, quindi è indispensabile saper disegnare forme capaci di comunicare in modo immediato la funzione del prodotto”.
Accanto a tutto questo, è l’attenzione alla formazione globale di chi lavora in Olivetti. Materie umanistiche, quindi, accanto all’eccellenza tecnica. “La formazione – precisa ancora Manuguerra -, sviluppa un forte senso di appartenenza, che (fa sentire i dipendenti) parte di una comunità, e li incoraggia a intraprendere ed esprimere le loro idee”.
Poi il cambio di passo che Manuguerra sintetizza così: “Nel corso degli anni ’50, l’Olivetti s’interessa all’ elettronica, ma essa viene percepita dal resto dell’azienda come un corpo estraneo, poiché la quasi totalità del management di Olivetti non condivide la visione dell’elettronica nel futuro aziendale”. Si profila a questo punto, secondo l’indagine svolta da Manuguerra, una “incoerenza interna tra i lavoratori, cioè si realizza una disuguaglianza nel trattamento dei diversi lavoratori. Il personale addetto all’elettronica viene osteggiato, sia da quello meccanico sia dal management. La ricerca per lo sviluppo dei prodotti elettronici viene accolta con diffidenza o indifferenza, e le competenze meccaniche, irrigiditesi dal punto di vista tecnico e cognitivo, rigettano qualunque innovazione radicale”.
Una delle conseguenze in azienda è una discrasia tra la formazione destinata a chi si occupa di meccanica e quella fornita a chi deve occuparsi di elettronica. “La formazione – spiega Manuguerra -, perciò, si rivela incoerente rispetto sia alla strategia sia alla cultura d’impresa. Quest’ultima, incline alla collaborazione, alla tendenza sperimentale, viene limitata al solo settore meccanico”.
Ma quindi che fare? L’indagine prosegue spiegando che il tentativo di superare la frattura si traduce nell’utilizzo del “dispositivo gruppale”. I dipendenti, sia meccanici sia elettronici, costituiscono dei gruppi, sospendendo le rispettive mansioni e lavorando insieme. Un percorso non facile, che la Olivetti tenta comunque e che l’indagine racconta bene.
La tesi di Luca Manuguerra è una buona lettura per capire di più della vicenda di un’azienda che ha segnato – comunque la si voglia giudicare -, la cultura dell’impresa italiana nel ‘900
Luca Manuguerra
Tesi, Università degli studi di Pisa, Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane, 2021